Il natale del vino si perde nella notte dei tempi, localizzando nella Georgia e nell’Armenia i primi sistemi di vinificazione. Dai vari reperti archeologici viene testimoniato che l’antico Egitto conosceva la coltivazione del vino fin dal III millennio a.C. Le antiche anfore che lo contenevano erano chiuse da sigilli di argilla che portavano l’iscrizione del tipo di vino, l’anno e il nome del capo imbottigliatore. Nella lunga storia di questo prezioso liquido, la penisola italica si distingue e viene sovente citata da poeti e da narratori per i prodotti e la fecondità della terra, così Varrone nel suo “De re rustica” si esprime: “In quale altra zona della terra si possono ricavare da un solo jugero dieci o quindici otri di vino, quanti appunto se ne possono trarre in alcune regioni d’Italia?”.
Le più sfortunate furono come sempre le donne, che anche per questo argomento venivano discriminate. Nei tempi antichi infatti esse non potevano bere vino, pena la morte. Varie furono a questo proposito le interpretazioni: la similitudine del sangue con il vino, per cui la donna bevendolo introduceva nel proprio corpo sangue altrui e si rendeva perciò colpevole di adulterio, era la più corrente. Da questi concetti si dipartono lunghe storie di negazione e violenza; si narra che un certo Equizio Mecennio ammazzò la propria moglie perché aveva spillato il vino dalla botte. I famigliari avevano infatti il diritto di baciare le donne della propria casa per controllare se avessero bevuto vino.
La coltivazione della vite e la sua diffusione in Europa è da attribuire alle legioni romane, che nel loro espandersi trasformarono i popoli tradizionalmente bevitori di birra in bevitori di vino. Le invasioni barbariche portarono all’arresto di questa espansione per alcuni secoli. Solo con l’avvento della religione cristiana e il moltiplicarsi dei monasteri che coltivavano la vite per le loro funzioni questa tradizione poté essere conservata e riprese quota.